TITO. 100 anni attraverso la forma

Tito Amodei

Giovedì 20 agosto 2026 alle ore 18.00 il MuBAq Museo dei Bambini L’Aquila presenta, negli spazi di Palazzo Spaventa, il secondo appuntamento della mostra itinerante TITO, 100 anni attraverso la forma, promossa con la collaborazione di TRAleVOLTE APS e inserita nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026, sostenuta e promossa dal Comune dell’Aquila.

Il progetto, realizzato in occasione del centenario della nascita di Ferdinando Amodei in arte “Tito”, (Isernia 1926), e già avviato nel mese di giugno negli spazi dell’associazione TRAleVOLTE a Roma, proseguirà il suo viaggio, dopo la tappa aquilana, alla 53° edizione del Premio Sulmona | To THINK – l’arte lascia un Segno, nonché in altre sedi che saranno successivamente rese note.

In mostra opere appartenenti a collezioni private che documentano il lavoro eclettico e di ricerca svolto da Tito in vari ambiti disciplinari. Durante la serata inaugurale sarà anche presentata la pubblicazione a cura di Sandra Leone e Alessandra Scerrato, con prefazione di Anna Imponente e Lorenzo Canova, contenente i più importanti saggi e contributi di autorevoli personalità della cultura italiana e di critici d’arte: Giorgio Saviane, Sandra Orienti, Mirella Bentivoglio, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Costantino Dardi, Massimo Carboni, Simonetta Lux, Giuseppe Appella, Antonello Rubini, Roberto Gramiccia, Lorenzo Canova, Carlo Fabrizio Carli, Sandra Leone ,che hanno dato parola alle sue opere. Volume arricchito dalla documentazione fotografica prodotta da Stefano Fontebasso de Martino che ha seguito il lavoro di Tito negli ultimi quarant’anni. Vanilla Edizioni.

Come scrive Sandra Leone nella prefazione della pubblicazione: «La forma mantiene in sé una doppia natura: visibile, come limite e confine, contenitore e materia, e invisibile, come contenuto e significato. Si fa portavoce e mezzo di un messaggio che, nel rivelarsi, si cela sotto una veste nuova. Opera contemporaneamente su due registri: quello del significante e del significato. È immagine ma anche concetto mentale arbitrario e/o convenzionale. Elementi inseparabili, il cui rapporto è talmente molteplice e labile da costituire a sua volta una varietà smisurata di visioni o interpretazioni, come le si voglia chiamare. Visioni a cui Tito si è sempre rifiutato di dare parola per non esaurirsi nel circolo vizioso di senso legato alla finitezza del referente linguistico. È sin da bambino che Tito ha la “folgorazione” del segno come un atto quasi magico in cui prende forma un’immagine. Parla di stupore e meraviglia verso il tratto dato dalla penna e dai primi disegni a ricalco che gli fecero fare a scuola nel riprodurre la figura umana. La forma diventa per Tito motivo di incessante studio fino a costruire (poieîn) le sue ultime opere scultoree come vere e proprie “architetture”, geometrie solide, presenze nitide che dialogano in un rapporto “cosmico” con l’uomo.»